Alcune curiosità
Iniziamo dalla fine/1
Per le sue qualità di scrittore "fuori legge", ardito sperimentatore e agguerrito contestatore, il nostro autore ha sempre subito le ire delle autorità, venendo perseguitato durante tutta la sua carriera artistica. La repressione anzi divenne più dura proprio negli ultimi anni di vita, quando Barbieri era già malato e debole nel fisico (ma non nello spirito!).
La rivista "Il trovatore", nella rubrica "Cose diverse" dell'agosto del 1898, riuscì a ridere di questa interminabile "caccia allo scrittore":
"Stato criminale di Ulisse Barbieri!
Ulisse Barbieri, il quale venne deferito al Tribunale di Guerra di Firenze per la sua tragedia Falange nera, che si imputava come eccitatrice dell'odio di classe, fu assolto. Eppure egli ha sulla sua coscienza... letteraria, ben 1473 atti... nefandi: ha ucciso per tentato adulterio 132 mogli; per adulterio consumato ne ha scannate soltanto 227; ha preso a revolverate 111 galantuomini; ha messo in mano le budella a 985 furfanti; ha sepolte vive 13 fanciulle caste e pure ha soffocato 18 bambini, 42 vecchi d'ambo i sessi ed annegate 69 amanti tradite. Oltre a ciò, ha fatto ammazzare, di propria mano, 1356 individui, per amore, per furto, per pazzia e per altre consimili inezie. In tutto 2838 delitti, salvo errori ed omissioni".
Chi vuol intendere intenda...
Iniziamo dalla fine/2
La penultima e l'ultima condanna vennero inflitte l'anno stesso della morte, il 1899 (la prima condanna, 4 anni di carcere, porta invece la data 1857). Nel febbraio del '99 in nome di sua maestà Umberto I il Tribunale civile e penale di Mantova condannò Ulisse Barbieri per "disprezzo del culto cattolico, pubblicamente vilipeso" a mezzo stampa. La pena fu di tre mesi e mezzo di detenzione e di cento lire di multa. Però!
Iniziamo dalla fine/3.
Dopo questa disavventura, ritroviamo il nostro eroe a Torino, gravemente malato. Qui subì l'ultima condanna della sua vita: per sicurezza (la pena doveva essere scontata!), lo piantonarono all'ospedale, come riporta Il Trovatore del primo luglio 1899.
"Ulisse Barbieri, il terribile commediografo e romanziere, è uscito dall'Ospedale Mauriziano di Torino, dove stette due mesi in cura per un cancro alla lingua e piantonato da due guardie perché sotto condanna per una conferenza... sovversiva. Durante i mesi di questa cura, fatta in condizioni così curiose, Ulisse non perdette il buon umore né la serenità di spirito. Tanto è vero che diede mano ad un libro di memorie, un'autobiografia, che intitola Ergastoli e bohème, e che verrà pubblicata quanto prima, a dispense illustrate, dagli editori torinesi Festa ed Origlia".
Iniziamo dalla fine/4
In generale, quando non era spedito in galera, il grande Ulisse veniva marcato stretto e controllato in ogni spostamento. Giustamente a un certo punto il drammaturgo si lamentò di queste onnipresenti "ombre" spione.
Si legga infatti la lettera a La Provincia di Mantova, datata dicembre 1897.
"Carissimi amici,
Devo a voi, come a tutta la stampa italiana, che tanto si interessò della dirò così... mia ultima tappa (ultima per modo di dire) nella cella N 3 del medio-evale Castello di Gonzaga, devo a voi ed a tutti una viva sentita parola di gratitudine e d'affetto. Ma l'arbitrario arresto di Suzzara, le manettine ed i manettoni, la traduzione notturna a Gonzaga, quella specie infine di aggressione notturna e di trafugamento troncato da un ordine di scarcerazione del Tribunale di Mantova, tutto ciò è nulla davanti a quella insistenza di persecuzione di quella vera caccia all'uomo... che mi perseguì da Suzzara a Portiolo, ospite nella casa del dottor Romeo Romei.
Vi cercavo semplicemente uno o due giorni di quiete, ed invece fu messa in una specie di stato d'assedio, che mi perseguì da Portiolo a San Benedetto, a Mirandola, dove, ospite dell'amico Celso Ceretti, fui nuovamente bloccato, tanto da non sapere che cosa volessero, e se potessi, o no, tornarmene alla casa ospitale senza sentirmi intimare un altro qualsiasi arresto più o meno arbitrario, ed io mi domando semplicemente: Perché?
Finisco.
Da Mirandola venendo qui, giunto ieri col treno delle sette a San Felice sul Panaro, mi trovo davanti a metà strada tra una stazione e laltra tre ombre nere... rappresentate da un maresciallo dei carabinieri e da due carabinieri.
Alt!... Mi si intima. Mi fermo.
Da dove viene?
Da Mirandola.
Dove va?
A Bologna.
Il suo nome?
Ulisse Barbieri.
Buona notte... quella è la stazione...
Grazie tante.
Questo il dialogo gentilmente scambiato tra me e le tre ombre.
Ma domando io, perché ciò?...
Quei tre funzionari dovevano pure avere un ordine... Quale?... Quello di sapere dove io andavo? Ed io che non sono né un ammonito, né sottoposto ad un mandato di cattura, chieggo semplicemente... Perché?...
Tanti saluti
Vostro aff.mo
Ulisse Barbieri"
Caro Ulisse, ora dal tuo amato Inferno ci ascolti e noi possiamo dirtelo: non c'è nessun perché... C'è solo l'insensatezza più nera e più stupida. Ma sappi che noi oggi continuiamo l'opera demolitrice di vilipendio alle religioni, tutte le religioni, e perseveriamo nell'adorare e nell'autoalimentare il falò della fantasia illimitata...
Iniziamo dalla fine/5
E ancora prima segnaliamo dalla stampa del tempo:
1894: "I crak bancari, di Ulisse Barbieri, che a Fiume hanno destato le ire della colonia italiana, sono stati proibiti a Bologna dopo la prima rappresentazione".
1896: "A Forlì, il Prefetto proibì la rappresentazione dei Crak di Ulisse Barbieri, a quel Politeama Pestevar. La proibizione fu causata per certe imitazioni di noti personaggi politici".
Iniziamo dalla fine/6
E tutto questo (e tanto altro) solo negli ultimi anni di vita!
Ce n'è davvero abbastanza per stancarsi; finalmente Barbieri si riposò adagiandosi per sempre nella tomba nel dicembre del 1899.
La gente non lo dimenticò, e nel 1901 il Comune di San Benedetto Po indisse un referendum per decidere se erigere o meno un monumento marmoreo al camposanto. Dell'esito di tale referendum, se avvenuto, non c'è traccia, ma anche oggi possiamo apprezzare il bel monumento, realizzato dallo scultore Cerati.
E ora, via alle danze!
(Il drammaturgo domatore di leoni).
Spericolato, imprevedibile. Barbieri ha sempre saputo stupire il pubblico, come ben si comprende da questo estratto del libro I teatri di Milano di Fernando Fontana; il testo messo è a disposizione dei navigatori grazie alle risorse della Biblioteca digitale di Milano.
"Alla Commenda io ho assistito pochi anni or sono a uno spettacolo così bizzarro che non posso resistere alla tentazione di rammentarlo a colui il quale volesse per caso scrivere un libro un po' completo, intitolato : Annali anedottici dei teatri milanesi.
Correva, credo, il giugno 1875. I1 celebre domatore di belve Bidel trovavasi di passaggio a Milano col suo serraglio; e a Milano c'era anche - di passaggio, va sans dire, poichè quest'uomo bolide non si stabilirà giammai - Ulisse Barbieri.
Bidel aveva un magnifico leone; quando Ulisse vide quel leone si sentì il cervello colpito da una grande idea; affidargli una parte in uno dei suoi centomila drammi! Ne parlò col capocomico della Commenda e, siccome gli affari laggiù non andavano a gonfie vele in quel momento, l'idea fu trovata sublime e accettata a braccia aperte.
Ventiquattr'ore dopo (com'è suo costume) Ulisse Barbieri presentava al capocomico un dramma in sei atti nel quale era fatta una parte di leone.... a un leone.
L'azione del dramma si svolgeva in India; c'era una scena in cui un giovane indiano (il protagonista umano della produzione) doveva affrontare un leone in una foresta vergine. Il leone chiuso in una gabbia, le barre della quale erano nascoste da liane, doveva apparire sul fondo e mentre il giovane indiano si lanciava eroicamente sulla belva ruggente doveva cadere il sipario !
Bidel accondiscese a prestare la belva a patto che il capocomico facesse costruire a sue spese la gabbia e si pagassero all'attore bestiale o a chi per esso 100 lire per rappresentazione. Il patto fu accettato e mille cartelloni mirobolani annunziarono ai milanesi la prossima novità. Intanto che gli animi dei buoni meneghini ribollivano d'impaziente attesa, alla Commenda ferveva il lavoro.
Il falegname del teatro, geloso della propria fama, aveva promesso di saper benissimo costruire la gabbia indicata, e gli si era creduto sulla parola; gli attori, col cuor leggero e ridendo, andarono alla prova generale; la gabbia del buon falegname era là in attesa della belva nel prato attiguo al palcoscenico; Barbieri giunge annunciando che precede Bidel e il suo pensionario di pochi minuti. Eccoli!... Eccoli!... La belva si guarda intorno come maravigliata di non trovarsi nel solito serraglio in compagnia dei sozii; Bidel visita la gabbia nuova e contrae un pocolino le labbra dicendo: «Basta!... Vedremo!» e avvicinatala a quella in cui stava il leone ve lo fa passar dentro.
I comici intorno si affollano curiosamente; Barbieri è radiante; la belva rimane un momento perplessa nel nuovo domicilio, poi come per mettercisi a suo agio e prenderne possesso formale, dà una scrollatina di giubba....
Misericordia !... La gabbia a quella semplice scrollatina sembra sfasciarsi, alcune barre di ferro si torcono come fidibus; i comici alzano i tacchi alzando al cielo grida di spavento; Bidel coraggiosamente penetra nella nuova gabbia e in men che si dica fa ripassare la belva nell'antica colla logica delle scuriate.
Ebbene, il solo Barbieri non era fuggito! Egli era rimasto là senza dir parola, piantato al suo posto come un piuolo. Quando Bidel lo scosse chiedendogli: Ebbene a che pensi?» egli rispose:
- Pensavo che se il leone mi avesse mangiato i miei comici io non avrei più potuto far rappresentare il mio dramma!
La lezione era stata troppo seria perché il bravo falegname avesse a riproporre di nuovo l'opera sua. Venne quindi fabbricata un'altra gabbia sotto la direzione immediata del Bidel e il giorno della grande rappresentazione arrivò finalmente.
Io non vidi mai spettacolo più strano in teatro di quello che vidi quella sera. Gli spettatori pigiati in quel baraccone come le acciughe in un barile, assistettero tutti in piedi, voltati a tre quarti, in atto assiduo di fuga allo svolgimento del dramma. Sul palcoscenico non incontravi anima viva ad eccezione di Barbieri e di Bidel; gli attori e le attrici, appena finite le scene in cui eglino avevano parte, correvano a rinchiudersi nei rispettivi camerini a doppio giro di chiave (a quali fanciulleschi ripari non fa appigliare la paura!); il buttafuori aveva date le sue dimissioni; tutta quella brava gente, contenta in cuor suo che il Re del deserto avesse servito a popolare cosìbene il teatro, si ricordava troppo di quella tal scrollatina di giubba che voi sapete, per affrontare ancora a cuor leggiero, come prima, la posizione fattale dall'autore del dramma.
Il colmo del grottesco fu naturalmente la gran scena, la scena maestra di cui vi ho già dato lo spunto.
Il giovane indiano - Giovanni Emanuel - il quale non accarezzava certo l'idea di farsi sbranare da un leone prima di rivelarsi interamente al pubblico italiano, si era tenuto continuamente durante il dramma sul: Chi vive! e, a schivar possibilmente ogni men graziosa sorpresa da parte del nobile animale, si era studiato recitando di non abbandonare mai l'estremo limite del proscenio, sfiorando coi piedi la ribalta o il naso del suggeritore, rincantucciato più che mai e in piedi anch'egli nel suo buco per esser pi pronto a qualsiasi evenienza.
Giunta la gran scena il leone doveva ruggire, ma benchè tenuto appositamente a digiuno; non ruggì.... Capricci d'attore.... bestiale!
Barbieri, fatto eroe dalla sua giusta indignazione d'autore non assecondato; Barbieri che contava sull'effetto irresistibile di quel ruggito e se lo era veduto svanire, Barbieri, dico, si lanciò contro la gabbia della belva imprecando e incitandola tanto dappresso col bastone per farla... parlare, che il Bidel dovette strapparlo indietro a viva forza.
E intanto Emanuel, colle spalle rivolte completamente alla belva, sempre sul limite estremo del proscenio, badava a gridare:
- Sì!... Belva, io ti sfido e ti ucciderò!... Io ti fiso col mio occhio magnetizzante....
Il pubblico scoppiò in una risata così unanime, così fragorosa, così omerica, che la belva ne fu scossa.... Forse credette d'essere tornato nel suo deserto e di sentire il rombo del Simoun che si avvicinava, e cacciò fuori un urlo così indiavolato, così formidabile, che gli spettatori terrorizzati ondeggiarono, come massa liquida, verso la porta, Emanuel scomparve dietro una quinta, il suggeritore si inabissò, nei camerini attori e attrici mandarono uno strillo, il sipario cadde come abbandonato da una mano aperta dalla paralisi e dall'incoscienza dello spavento.
E Bidel dovette una volta ancora trattenere Barbieri il quale faceva atto di lanciarsi verso la gabbia gridando:
- Grazie!... Grazie!".